Notule

 

 

(A cura di LORENZO L. BORGIA & ROBERTO COLONNA)

 

 

 

NOTE E NOTIZIE - Anno XXIII – 13 giugno 2026.

Testi pubblicati sul sito www.brainmindlife.org della Società Nazionale di Neuroscienze “Brain, Mind & Life - Italia” (BM&L-Italia). Oltre a notizie o commenti relativi a fatti ed eventi rilevanti per la Società, la sezione “note e notizie” presenta settimanalmente lavori neuroscientifici selezionati fra quelli pubblicati o in corso di pubblicazione sulle maggiori riviste e il cui argomento è oggetto di studio dei soci componenti lo staff dei recensori della Commissione Scientifica della Società.

 

 

[Tipologia del testo: BREVI INFORMAZIONI]

 

Danni da uso di cannabis: calo del ferro e alterata neurofisiologia della dopamina. Tra il 10 e il 20% degli adolescenti negli USA riferisce di aver assunto cannabis nell’anno precedente; in alcune aree nordeuropee la percentuale è anche più alta. Numerosi studi hanno documentato negli animali e in volontari adulti danni cerebrali da uso di cannabis, che includono alterazioni della neurofisiologia dei sistemi dopaminergici e deplezione del ferro cerebrale sottocorticale.

Sarah A. Thomas e colleghi coordinati da Jodi Gilman hanno studiato gli effetti dell’uso della cannabis negli adolescenti, indagando la neurofisiologia dopaminergica attraverso la misura del ferro sottocorticale mediante risonanza magnetica nucleare (MRI). I risultati sono coerenti con quelli rilevati nei campioni di volontari adulti e di animali: una significativa riduzione dell’attività fisiologica cerebrale associata alla dopamina, che aiuta a spiegare lo sviluppo di disturbi da uso di cannabis (CUD, da cannabis use disorders), così frequenti nei giovani e troppo spesso occultati, ignorati o trascurati.

Lo studio conferma l’importanza del ferro del tessuto cerebrale sottocorticale come indicatore della neurofisiologia dopaminergica sotto l’influenza dei derivati della cannabis. [Cfr. Thomas S. A., et al., Neuropsychopharmacology – AOP doi: 10.1038/s41386-026-02444-9, 2026].

 

Fisiologia del sonno: la plasticità della zona attiva delle sinapsi ha un ruolo importante nel sonno. La plasticità sinaptica è stata messa in rapporto causale con la regolazione omeostatica del sonno. Chenji Piao e colleghi hanno accertato che la pressione del sonno è associata a una regolazione coordinata della fosforilazione confinata al compartimento presinaptico, mentre le regioni post-sinaptiche non sono interessate. Il “fosfo-squilibrio” è probabilmente mantenuto modulando le attività di chinasi e fosfatasi, inclusa una ridotta fosforilazione di PKA al suo sito attivante e un rinforzato bersagliamento di PP1 via Spinofilina ipofosforilata. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2524065123, 2026].

 

Malattia di Huntington (HD): l’inibizione farmacologica di cGAS-STING mitiga la patologia. Anuradha Kesharwani et al. hanno identificato la via DNA-sensing cGAS-STING come un promotore chiave di infiammazione legata al processo patologico della malattia di Huntington e di stress cellulare. In un modello murino knock-in umanizzato, la perdita di cGAS riduce l’attivazione di microglia e astrociti, preserva i neuroni, limita l’atrofia striatale e migliora la funzione motoria. Normalizza anche i cambiamenti trascrizionali e modula i lipidi bioattivi protettivi. L’inibizione farmacologica di STING, similmente allevia i deficit patologici e comportamentali, evidenziando cGAS-STING come nuovo obiettivo terapeutico nella clinica della malattia di Huntington. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2535879123, 2026].

 

Le molecole psichedeliche (psicosomimetiche e dislettiche) alterano l’elaborazione nella DMN. Le molecole psichedeliche, studiate per il loro potenziale terapeutico, in particolare nel trattamento delle reazioni depressive degli ammalati terminali, continuano ad alimentare un acceso dibattito per la loro nocività psicosomimetica acuta e per le azioni neurotossiche. Adam R. Pines e colleghi hanno indagato come le sostanze psichedeliche impattano l’elaborazione gerarchizzata della rete di default (DMN, default mode network), e hanno dimostrato che MDMA, psilocibina e LSD attenuano gerarchicamente le propagazioni corticali ascendenti nella DMN umana e nel topo. In altre parole, le molecole psichedeliche riducono l’elaborazione bottom-up nella rete cerebrale ad attivazione automatica di tutti i mammiferi dal topo all’uomo. [Cfr. PNAS USA – AOP doi: 10.1073/pnas.2522000123, 2026].

 

Disturbi depressivi e funzione tiroidea: un gruppo di studio per un aggiornamento. Dal 5 al 10% delle persone diagnosticate di un disturbo depressivo risultano avere una disfunzione tiroidea subclinica non diagnosticata. Spesso si riscontra lieve aumento della T4 del siero, perdita dell’ascesa notturna del livello di TSH e perdita del picco di risposta del TSH al TRH. Quest’ultima anomalia è stata spiegata con una riduzione dell’espressione dei recettori del TRH nell’ipofisi dovuta ad un aumento del TRH rilasciato dall’ipotalamo nel circolo portale ipofisario. Nel disturbo depressivo maggiore (MDD) i livelli di transtiretina nel CSF sono costantemente ridotti.

La transtiretina, come molecola trasportatrice della T4, oltre che del retinolo, da cui il nome, era un tempo valutata come frazione pre-albuminica del siero ma merita un’attenzione specifica, perché trasporta la T4 nel cervello, e il suo deficit condiziona il cosiddetto ipotiroidismo intracerebrale.

Nei pazienti affetti da disturbo bipolare (BD) sono state descritte varie anomalie dell’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide; in particolare, si rileva spesso un’eccessiva risposta del TSH al TRH, ma in altri casi si ha ridotta risposta del TSH al TRH e presenza di auto-anticorpi anti-tiroide diretti verso la tireoglobulina o le strutture microsomiali.

L’esigenza di un aggiornamento ha determinato l’incarico ad un gruppo di cooperazione della Società Nazionale di Neuroscienze di una revisione di tutti i principali studi pubblicati negli ultimi dieci anni. [BM&L-Italia, giugno 2026].

 

Un “richiamo da caldo” del Diamantino modifica l’espressione genica nell’ipotalamo. Il Diamantino australiano (Taeniopigia guttata), fra gli uccellini esotici che più spesso si vedono nelle voliere e si riconoscono per il becco arancione, la macchia di tinta calda sulla guancia, la banda a pallini bianchi che spunta di sotto l’ala e, soprattutto, per il continuo festoso suono vocale da trombetta, ha un richiamo specifico che segnala il caldo della temperatura atmosferica. Prakrit Subba, Mylene Mariette, Julia George e colleghi hanno scoperto che la percezione da parte dei piccoli fin da prima della schiusa delle uova di questo “richiamo da caldo” agisce sull’ipotalamo, riducendo l’espressione di alcuni geni associati a vasocostrizione e vasodilatazione, così da migliorare la capacità del cervello di raffreddarsi e resistere alle alte temperature. [Cfr. P. Subba et al. Journal of Experimental Biology – AOP doi: 10.1242/jeb.252287, June 11, 2026].

 

Come un uccello delle Ande corteggia con applausi alari le femmine durante la notte. Come nel nostro schioccare le dita, produce con le ossa delle ali uno schiocco ripetuto come un applauso per attrarre l’attenzione delle femmine volando di notte sulle foreste della Cordigliera delle Ande, il maschio di una specie notturna dei Caprimulgidi (Hydropsalis torquata) il cui nome in italiano è “succiacapre coda a forbice”. La videoanalisi nell’infrarosso ad alta velocità con sincronizzazione audio-video ha consentito a Juan Ignacio Areta e Christopher J. Clark di documentare e comprendere l’esatto meccanismo che consente la produzione di questo rumore così suggestivo ed efficace. [Cfr. Journal of Avian Biology – AOP doi: 10.1002/jav.03631, 2026].

 

Dobbiamo rassegnarci all’appiattimento sul concretismo imperante rinunciando del tutto al fondamento ideale del nostro essere? Nel Terzo Millennio è diventato prevalente il “modello dell’analfabeta funzionale”, secondo la definizione che ne dava Tullio De Mauro, ossia di colui che, a somiglianza di coloro che non potevano accedere alla conoscenza per non sapere leggere e scrivere, ignora la cultura, attribuisce importanza esclusiva agli interessi materiali e vive nella superficialità del fruitore passivo di merce mediatica in contenitori in cui si mescola il sangue di guerre, omicidi e stragi alla propaganda commerciale, al gossip e a ogni genere di fatto che attragga l’attenzione morbosa di “idioti ignoranti annoiati e sempre pronti a spendere”, ossia il “target” che ha antropologicamente sostituito Homo sapiens con le sue prerogative, che pare abbiano ceduto di schianto all’urto e sotto il peso dei contenuti massmediatici, capaci di cancellare definitivamente l’impronta razionale dell’organizzazione morale del soggetto.

Si può dire che sia quasi del tutto scomparsa l’attualità culturale e la sua attiva elaborazione collettiva, sostituita dalla propaganda per la vendita di prodotti di parole e/o immagini, realizzati in modo da poter essere facilmente graditi e fruiti dalla massima parte del “target”, ossia dagli idioti ignoranti di cui sopra, cui quotidianamente si aggiungono nuovi “convertiti” allo stile acefalo e semi-responsabile, che abbandonano gli abiti mentali del sapere che avevano vestito il loro intelletto e i loro istinti – abiti spesso fatti di trame con più di duemila anni di storia – per indossare il comodo colobio dell’insipiente superficiale pronto a farsi vivere e manipolare da ciò che va in onda sul set virtuale di quel mondo finto – epifenomeno di immagine di altrui interessi economici e politici – che si sostituisce al pieno vissuto di realtà, che richiederebbe libertà di spirito ed energia esecutiva per tradurre una tensione ideale in un costante protagonismo interpretativo del senso della vita.

Al Seminario sull’Arte del Vivere di questa settimana è stata proposta un’osservazione condivisa poi da tutti: un segno distintivo dell’attenzione alla cultura come forma delle coscienze e strumento di vita nel Novecento sta nel numero di atei e agnostici che si interessava a tematiche religiose, intervenendo con studi e saggi, non solo su argomenti della cultura giudaico-cristiana che hanno costituito radice antropologica comune per il mondo occidentale, ma anche su questioni apparentemente proprie del dibattito teologico o dell’esegesi biblica. L’imperativo della superficialità distratta, proprio di uno stile di personalità non fondato sulla stabilità di saldi principi e corrispondente alla figura retorica greca dell’ephémeros, fa sì che oggi nemmeno i credenti praticanti siano interessati a questi argomenti e ne comprendano la potenziale portata in rapporto alla psicologia culturale e alla coscienza collettiva.

 Consideriamo l’esempio proposto da Monica Lanfredini, ossia gli studi storici condotti nel Novecento ad opera di studiosi di tutto il mondo, atei, agnostici, ebrei e cristiani, sulla cattura e il processo di Gesù Cristo: la definizione di alcuni fatti avrebbe potuto confermare, mutare o ridefinire la figura storica dell’uomo la cui nascita costituisce il riferimento per la datazione di tutta la storia dell’umanità[1].

Interpretando i Sinottici e Giovanni, si deduceva che Gesù avrebbe subìto un doppio processo: arrestato dal Sinedrio sarebbe stato condannato per bestemmia; consegnato al procuratore romano sarebbe stato giudicato prima da Ponzio Pilato, che si sarebbe “lavato le mani”, e poi condannato a morte per essersi proclamato “Re dei Giudei”, mediante il supplizio della croce. I maggiori studiosi concordarono presto sull’impossibilità che le cose fossero andate esattamente così. Se Gesù fosse stato trovato colpevole di bestemmia dal Sinedrio, secondo la legge ebraica sarebbe stato lapidato e, quindi, non sarebbe potuto arrivare al giudizio romano che, peraltro, nessuno storico metteva in discussione. Ma, in realtà, in Giovanni c’era la spiegazione di cosa era accaduto: le autorità del Sinedrio consegnarono Gesù ai Romani perché non avevano più il potere di eseguire sentenze capitali (Giov. 18, 31).

Non tutti gli storici però concordavano. Fino al 1931 l’affermazione che gli Ebrei non avessero più lo jus gladii era accettata quasi universalmente, e uno studioso come Mommsen attestava che le sentenze ebraiche richiedevano la conferma da parte dei Romani; tuttavia, alcuni osservarono che nel caso di Gesù la norma ebraica che lo avrebbe reso reo non aveva alcun equivalente nel diritto romano, e dunque non si comprendeva su quali basi sarebbe avvenuta la ratifica romana. Inoltre, esperti di storia del diritto ebraico sottolineavano che i principali delitti erano puniti ciascuno con una pena specifica, essendo previsti quattro tipi diversi di esecuzione della condanna.

Nel 1931 Hans Lietzmann, formulando in modo più rigoroso quanto già chiaramente intuito da Jean Juster nel suo libro sugli Ebrei nell’Impero Romano pubblicato nel 1912, in una memoria dell’Accademia Prussiana delle Scienze, pose il problema del processo di Gesù nei termini più appropriati: negò recisamente la storicità del doppio processo, mostrò che vi sono prove sufficienti per affermare che Gesù è stato processato e messo a morte dai Romani e che, intorno all’anno 30, la giurisdizione penale ebraica era ancora operativa. In precedenza, Danby era giunto alla conclusione che il processo innanzi al Sinedrio non potesse essere considerato “più di una investigazione preliminare”. Lietzmann leggeva, nel menzionare un “processo ebraico”, l’intento di mostrare la responsabilità degli Ebrei e non di riferire circa qualcosa di strutturato come un procedimento penale.

La responsabilità totalmente attribuita ai Romani dal saggio di Hans Lietzmann era vista con favore anche da molti studiosi ebrei di quel periodo, in quanto sembrava scagionare il loro popolo dall’accusa di “Deicidio” rivolta ai Giudei da teologi cristiani. Ma poi, risultava perfettamente coerente con l’argomentazione avanzata da Schwartz già nel 1907 – più avanti vediamo perché accantonata – che si può così riassumere: visto che il testo greco di Giovanni è unanimemente considerato un documento storico affidabile, l’arresto mirato di Gesù sulla base di una delazione da parte di una formazione di soldati romani nella narrazione giovannea (Giov. 18, 1-11), giustifica proprio un atto restrittivo finalizzato alla comparsa davanti all’autorità giudiziaria, ed esclude l’intervento degli armati per altre ragioni, come sedare una rissa, che avrebbe comportato una retata e una procedura del tutto diversa[2].

Ma, vediamo quali erano stati i problemi sollevati a proposito della cattura di Gesù, che sembravano indebolire la tesi di Schwartz.

Giovanni parla di una coorte (speîra, σπεῖρα) di soldati, cioè 6 centurie, la decima parte di una legione. In effetti il termine potrebbe tradurre anche manipulus, ma in Giovanni (18, 2; cfr. Atti 21, 31), essendo comandata da un chiliarchos (tribunus militum) non può avere quest’ultimo significato e, dunque, si tratta di circa 600 uomini. Dunque, non è una piccola pattuglia come quelle impiegate per sedare piccole risse tra Ebrei, come avevano sostenuto quelli che ipotizzavano un’improprietà di linguaggio dell’autore del Vangelo di Giovanni; dunque, la tesi di Schwartz non risulta indebolita, ma rinforzata: i Romani si muovevano con 600 soldati in “difesa della città” o quando volevano rappresentare simbolicamente l’Impero che difende la città da chi la disturba o la minaccia; in questo caso la coorte, che in senso pratico doveva fare fronte al rischio di un’insurrezione popolare in difesa di Gesù per impedirne l’arresto, in termini politico-simbolici rappresenta la difesa della città e, dunque, può bene giustificarsi con un’accusa accomodata secondo il diritto romano a partire dalla segnalazione del Sinedrio. Non si può escludere che la cacciata dei mercanti dal tempio, quale atto di disturbo dell’ordine costituito, possa essere stata presa a pretesto, come ipotizzato da numerosissimi studiosi, per portare Gesù davanti alle autorità, come volevano i Giudei.

Questo spunto non è che una piccola parte di un dibattito riacceso negli anni Novanta, in cui laici, agnostici, atei, credenti e “credenti in altro” dibattevano e disputavano per ottenere chiarimenti su un’importante radice antropologica comune a tutto il mondo occidentale.

Oggi non si riesce ad appassionare a simili argomenti nemmeno i credenti cristiani, perché, in generale, si è radicata una forma mentis concretistica, che ha avuto gioco facile nel combinare individualismo, utilitarismo e strumentalità, in una quotidiana immersione nell’interesse personale pratico del momento, che ha reso molti incapaci di alzare lo sguardo verso contenuti di senso che attengono alla propria identità culturale e umana. [BM&L-Italia, giugno 2026].

 

Storia della scoperta della trasmissione sinaptica. Settima Parte – Dalla falsa pista di Loewi agli studi di Wilhem Siegmund Feldberg. La volta scorsa, dopo l’esposizione degli esperimenti sui due cuori di rana condotti da Otto Loewi, abbiamo concluso che la sostanza cardiomoderatrice rilasciata dal nervo vago, la sua Vagusstoff, si poteva identificare con l’acetilcolina (ACh) alla luce degli studi precedenti di Henry Dale, come lo stesso Dale ebbe a scrivere, narrando la storia della scoperta. Ma le cose non furono così semplici, perché gran parte della comunità scientifica rimase dubbiosa circa l’identificazione della molecola rilasciata dal vago, per colpa dello stesso Loewi. Per quanto curioso possa apparire, proprio il ricercatore tedesco insinuò molti dubbi sull’identificazione della sua Vagusstoff: condusse un esperimento che dimostrava che l’azione della sostanza vagale poteva essere completamente bloccata dalla somministrazione di atropina; nella discussione di questo lavoro scientifico, Otto Loewi, seguendo un’ipotesi avanzata da Howell e Duke, propose il potassio (K+) quale mediatore dell’effetto cardiomoderatore.

Perché Dale era così sicuro che il mediatore fosse l’ACh e Loewi non lo era affatto? La spiegazione è abbastanza semplice: Dale veniva da anni di studi sugli esteri della colina e cercava solo prove per definire l’esatta molecola in quella famiglia di composti, Loewi invece voleva solo dimostrare una mediazione chimica dell’impulso elettrico e, nei suoi esperimenti sui cuori di rana, non era partito da un’ipotesi circa la classe della molecola mediatrice, ed era stato molto fortunato nell’ottenere quei risultati, che altri non avevano potuto ripetere. E vediamo perché.

Era stato fortunato perché aveva scelto inconsapevolmente l’unico periodo dell’anno in cui si può avere quel risultato, e anche per aver scelto l’animale più adatto. Il vago della rana contiene sia fibre eccitatorie che inibitorie, ma d’inverno le fibre inibitorie prevalgono, e gli esperimenti furono condotti all’inizio di marzo. Un altro elemento che avrebbe potuto far fallire l’esperimento è l’azione dell’enzima colinesterasi, che scinde l’acetilcolina rilasciata in eccesso: se avesse impiegato cuori di mammifero per l’azione della colinesterasi non avrebbe potuto trasferire da un cuore all’altro l’ACh dimostrandone l’effetto; nel cuore di rana la colinesterasi è bassa e, per giunta, parzialmente inibita dalla bassa temperatura del laboratorio di Loewi, così che era stato possibile trasferire una buona quantità di ACh.

Loewi non seguiva la traccia degli esteri della colina, non aveva approfondito quegli studi e così seguì la falsa pista del K+. Inutile sottolineare che la sua autorevolezza contribuì a portare fuori strada per un po’ di tempo molti ricercatori, almeno fino al 1933, quando Wilhem Feldberg, lavorando con Otto Krayer, dimostrò in modo conclusivo che, stimolando il nervo vago del cane si aveva il rilascio di un composto con le caratteristiche dell’ACh nel seno coronario; questo composto riduceva significativamente la pressione arteriosa del gatto e faceva contrarre il muscolo dorsale della sanguisuga, così come l’ACh negli animali di controllo. Come abbiamo già ricordato, nei mammiferi l’alto livello di colinesterasi porta immediatamente all’inattivazione dell’ACh; dunque Feldberg, supponendo che il composto rilasciato dal vago fosse proprio l’ACh, come sosteneva Dale, somministrò l’eserina, ossia un efficace inibitore della colinesterasi, e in tal modo gli fu possibile trasferire l’effetto dal cane al gatto e alla sanguisuga.

Questo esperimento di Feldberg e Krayer fu solo il primo di una lunga serie di lavori sperimentali sul ruolo di neurotrasmettitore dell’ACh.

A questo punto è necessario fare un piccolo approfondimento biografico su Feldberg, considerato unanimemente la personalità scientifica di maggior rilievo nelle neuroscienze durante il ventennio che va dal 1930 al 1950, e rimasto fra i padri nobili della neurofisiologia fino al 1993, anno della sua morte.

Studente di medicina a Berlino, Wilhem Siegmund Feldberg aveva cominciato a lavorare durante le vacanze estive all’Istituto di Fisiologia dell’Università, rimanendo affascinato dal volume Il Sistema Nervoso Autonomo di John Newport Langley. Ne parlò entusiasta al suo mentore, il prof. Schilf, che prontamente contattò Langley e gli chiese di prenderlo con sé a lavorare per un periodo a Cambridge. Il giovane Feldberg partì colmo di entusiasmo e speranze, rimanendo conquistato dal clima di gioviale cooperazione che si respirava fra gli inglesi, nel febbrile impegno quotidiano del lavoro di ricerca, vissuto come compimento dei più alti ideali, in una missione collettiva al servizio dell’umanità. Langley era già ammalato e, per quanto tenesse al suo ruolo di professore, maestro e guida dei nuovi fellows, non poté dedicare molto tempo al venticinquenne venuto da Berlino che, dopo soli sei mesi dall’arrivo al laboratorio del suo nuovo mentore, dové partecipare al corteo funebre che lo accompagnava all’ultima dimora.

Nei due anni trascorsi a Cambridge, Feldberg imparò il metodo e le tecniche di differenti approcci all’indagine biologica e fisiologica, apprese i paradigmi dei protocolli sperimentali e le procedure di esecuzione, e soprattutto, come lui stesso racconta: “Lessi e rilessi tutti i lavori scientifici di Dale”[3]. Si sentiva pronto per tornare da scienziato in grado di dirigere progetti di ricerca nel suo laboratorio dell’Istituto di Fisiologia di Berlino.

Quando varcò la soglia del suo vecchio istituto, certo di ricevere un’accoglienza quanto meno cordiale, carico di materiale scientifico da donare ai colleghi per avviare un lavoro sull’ACh come quelli che si facevano oltremanica, ebbe una spiacevole sorpresa. Nella sua assenza tutto era cambiato. Adolf Hitler aveva comandato l’espulsione di tutti gli Ebrei dall’università e, siccome la famiglia di Feldberg era di origine ebraica e in quanto tale inclusa nella lista di proscrizione, il giovane fisiologo fu espulso senza alcuna spiegazione.

Saputo ciò che stava avvenendo in Germania, Dale chiamò Feldberg a lavorare con sé a Londra presso il National Institute for Medical Research, letteralmente salvandogli la vita.

Poco dopo l’arrivo a Londra, Feldberg prese a lavorare con Gaddum e, perfondendo il ganglio cervicale superiore con la soluzione di Locke contenente eserina (inibitore della colinesterasi) ottenne il rilascio di ACh nel perfusato. Fu il punto di partenza per 15 anni di studi sull’ACh, che vanno dall’indagine condotta con Dale sul meccanismo di trasmissione del nervo vago gastrico, allo studio della trasmissione delle fibre pregangliari che innervano la midollare del surrene come fosse un ganglio simpatico, fino alle fibre simpatiche post-gangliari che controllano la secrezione delle ghiandole sudoripare. Queste azioni appartenevano tutte alla categoria che Dale definiva “muscarinica” perché potevano essere simulate dalla muscarina[4].

È qualcosa di più che soddisfare una semplice curiosità sull’origine di alcune espressioni che usiamo correntemente parlando di neurotrasmissione, sapere perché Dale coniò due termini di cui non possiamo fare a meno. Fu indotto da prudenza a introdurre il termine “colinergica” per indicare un’azione simile a quella degli esteri della colina da lui sperimentati, quando lui supponeva che il mediatore fosse l’ACh ma non si avevano ancora le prove; dunque, non poteva ancora dire “acetilcolinica”, allora usò cholinergic, che rispettava gli elementi di certezza scientifica (colina + forza). Dale, con la stessa prudenza, studiando le fibre simpatiche post-gangliari che producevano effetti simili a quelli dell’adrenalina, quando la noradrenalina non era stata ancora scoperta, introdusse il termine adrenergic.

Inutile dire che Feldberg aveva fatto propri i due termini, che impiegò costantemente nell’intenso lavoro che svolse a Londra fino a prima dello scoppio della guerra. Nel 1933, lavorando con Mintz, Feldberg dimostrò che l’innervazione simpatica nicotinica della midollare del surrene era colinergica. Poi, dopo aver dimostrato con Gaddum che l’ACh era il mediatore dell’azione del vago nello stomaco, nel 1936 compì con Dale e Marthe Vogt un esperimento di una straordinaria importanza, in quanto consentiva di uscire dal ristretto ambito del sistema nervoso autonomo.

 

 

[continua]

 

 

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[1] Nel testo che segue, tutti i riferimenti non dettagliati bibliograficamente si intendono estratti da Fausto Parente, Il pensiero cristiano delle origini in Luigi Firpo, Storia delle idee politiche economiche e sociali, Vol. II, Ebraismo e Cristianesimo, pp. 361-440, UTET, Torino 1985.

[2] Di passaggio notiamo che questa osservazione di Schwartz è stata un punto di partenza per lo sviluppo di tesi, come quella di Samuel Brandon, che consideravano Gesù un ribelle vicino al pensiero degli zeloti.

[3] Wilhelm Siegmund Feldberg, cit. in Synapses (Cowan, Südhof, Stevens, eds), p. 21, Johns Hopkins University Press, Baltimore, Maryland 2003.

[4] Per comodità si riporta qui di seguito la noterella sulla muscarina della scorsa settimana. La muscarina è un alcaloide isolato per la prima volta (1869) dal fungo velenoso Amanita muscaria, e si trova in concentrazioni anche più alte in altri funghi velenosi, agisce da agonista colinergico, legandosi a specifici recettori dell’ACh, detti appunto “muscarinici” per distinguerli dai recettori dell’ACh a cui si lega la nicotina (recettori nicotinici). Già a basse dosi provoca stato tossico e morte; il suo antidoto è l’atropina.